Il mio amico Elia si sposa. Tra quindici giorni coronerà il sogno di formare una sua famiglia, che non somiglierà a nessun’altra. Che avrà in sé i tratti dell’inedito e dell’antico, del nuovo e dell’arcano, come in un sogno, appunto, disteso nelle trame del mistero. Da tempo lui e Camilla hanno preparato tutto con attenzione e leggerezza, con la gioia e la determinazione che è propria di due giovani innamorati. E c’è nei loro occhi una luce che rivela anche me, che rende vivido e fresco il senso della mia famiglia e di tutte le famiglie. Ma c’è una frase del Gesù dodicenne del Vangelo di oggi, che nasce dall’angoscia, quasi un muro improvviso posto nei cammini di coppia, ma che in realtà dà spessore all’esistenza: Perché mi cercavate?
Festa della famiglia, della mia famiglia, delle nostre concrete famiglie, con il loro carico di fatiche e di gioie, di traguardi e delusioni, di cambiamenti e aspettative, dello stesso tessuto della vita e allo stesso tempo gravide di promesse d’infinito.
Non è facile, in questi nostri tempi, parlare della famiglia, toccare i temi della fedeltà e della responsabilità educativa, dell’attenzione e della cura per la vita, del rispetto non passivo per l’individualità e la crescita dell’altro, senza sentirsi in qualche modo intimoriti e a volte anacronistici. Allora dobbiamo guardare al Vangelo, a quella Sacra Famiglia capace, in ogni tempo, di parlare al cuore della coppia.
Quella strana domanda: Perché mi cercavate? pone il problema del valore della vita di ognuno nei confronti del Signore. È l’inizio della propria maturità. Lo scontro tra le generazioni e la ricerca della vocazione disorientano persino la piccola e santa famiglia: non basta volersi bene. E’ sempre, comunque, difficile capirsi.
Se ne parla poco nei Vangeli, in qualche modo rimane tutto avvolto nel mistero, ma sembra quasi di vederli, Maria e Giuseppe, che si scambiano lunghi sguardi interrogativi su quel bambino così straordinario e che serbano tutto quanto succede nel loro cuore.
Un Mistero che diventa rispetto della straordinarietà dell’altro.
Quanto poco rispetto c’è nelle nostre famiglie! Lo sposo, la sposa, i figli sono “proprietà”, i gesti dovuti, lo stupore e la gratitudine banditi dai nostri discorsi.
Dobbiamo recuperare il senso del Mistero dell’altro, che non mi è “dovuto” ma “donato”, ritrovare il coraggio di dirci cose che ci sembrano scontate.
Solo così le nostre famiglie riprenderanno quella fisionomia di luogo di comunione che Dio ha voluto creandoci maschio e femmina. Per dire al Signore, anche nel buio della notte: Tu sei la mia luce! come chi è in attesa, come chi è sicuro che la luce verrà.