Ancora un grido, ancora un lamento.
Ne abbiamo già uditi molti in questo tempo dei “segni”, in cui Gesù cammina nelle strade degli uomini insegnando, annunciando, guarendo…ma questa volta sentiamo: “Figlio di Davide, abbi pietà di noi!”.
Dicono molto quelle parole a Gesù. Raccontano della determinazione di due derelitti della vita, uniti dalla menomazione, ma anche dal desiderio di riscatto e di rinascita. Lo identificano come figlio di Davide, cioè come l’atteso, il Messia, certo, ma con qualcosa di più.
Lo rivelano le altre parole, così significative per un ebreo, e che non sfuggono all’orecchio attento di Gesù: “abbi pietà di noi!”.
Le stesse parole che ripetiamo anche noi, a volte con disattenzione, all’inizio di ogni assemblea eucaristica: “Kyrie, elèison”.
Non una semplice richiesta di perdono, ma l’immagine potente, tenera e commovente, della domanda di un bimbo di essere preso e sollevato da terra alla guancia del padre, al volto del Dio misericordioso.
Per questo anche noi, nella S. Messa di oggi, ripeteremo lo stesso gesto rivolto al figlio dell’uomo, che è figlio di Davide, che è figlio di Dio.
Un gesto per ottenere, come i due ciechi di Cafarnao, il dono della vista, il dono della luce.
Riconoscere Gesù come uomo e come Figlio di Dio, è riconoscere il mio bisogno di essere guarito delle oscurità che mi impediscono di vedere chiaro nella vita.
E’ riconoscere la fragilità del cuore e dell’anima.
È dare corpo al desiderio di essere uomini e donne autentici e liberi.
É accogliere e affidare al Maestro anche le nostre parti più oscure, i nostri fantasmi che ci impediscono di gioire totalmente.
Per aprire lo sguardo allo stupore delle parole di Isaia: “Orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui”. O della folla: “Non si è mai vista una cosa simile in Israele!”.
Chi crede vede ed esulta!
Ma non è un caso che a questo miracolo subito ne segua un altro: la guarigione del muto indemoniato.
Credere non è il semplice accettare verità che la mia ragione non è in grado di giustificare. Credere è vista e parola. È gesto della mia libertà che si affida e si abbandona a qualcuno. Occhi che guardano e lingua che parla.
Vita messa in gioco per amore.
Guidami, luce gentile,
tra l’oscurità che mi avvolge.
Guidami innanzi, oscura è la notte, lontano son da casa.
Dove mi condurrai?
Non te lo chiedo, o Signore!
So però che la tua potenza
m’ha conservato al sicuro
da tanto tempo
e so che ora mi condurrai ancora,
sia pure attraverso rocce e precipizi,
sia pure attraverso montagne e deserti,
sino a quando sarà finita la notte. (H. Newman)
Così sia.