San Giuseppe a Nova Milanese – Famiglie in Oratorio

Non è la quantità di persone che fa la ragione

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La faccia della terra

Pubblicato da oliver0 su maggio 26, 2012

Mandi il tuo spirito, Signore, sono creati, e rinnovi la faccia della terra.“.

Rinnovare la faccia, cioè renderla nuova, togliere quelle fatiche ormai diventate rughe. Rimuovere asprezze e chiusure che ne hanno resi spigolosi i tratti. Estirpare comportamenti e abitudini che deformano i lineamenti. Cancellare rassegnazioni e disillusioni che spengono la luce del volto. Ritornare a quella bellezza originale che crea stupore agli occhi e leggerezza del cuore.

Il salmo 103 ci introduce al dono dello Spirito che è l’anima di questa giornata in cui celebriamo la solennità della Pentecoste. Se vogliamo trovare il senso di una vita che vale, dobbiamo proprio guardare a quest’ansia di rinnovamento, di cambiamento radicale.

Gesù ha terminato la sua missione, lo stesso Giovanni riporta le sue ultime parole sulla croce: “Tutto è compiuto!”. Ha riversato i suoi insegnamenti su quella dozzina di discepoli da lui scelti; persone semplici, dall’attenzione spesso scarsa, dotati di una comprensione limitata, i cui interessi, probabilmente, erano rivolti ad altro. Ma proprio in quei cuori, duri come le pietre del deserto, ha voluto mettere un seme speciale, un seme di cielo, fatto di parole e avvenimenti, di miracoli e lacrime, di luce e di sangue. Ha rivelato la sua signoria sulla morte, risorgendo e mostrandosi loro nel suo corpo, come lo avevano conosciuto.

E sarebbe stato ancora tutto inutile, quel seme non si sarebbe mai dischiuso, non avrebbe prodotto fiori e frutti, non avrebbe prolungato vita, senza quella promessa così umana, concreta, capace di miracoli e novità inaudite: “Non vi lascerò orfani: verrò da voi“.

Pregherò il Padre, dice Gesù, ed egli vi darà un altro Paràclito, lo Spirito Santo, per ri-cordare, che non è semplicemente un nostalgico fare memoria, ma un ri-portare al cuore Gesù, come cosa viva, germe vitale, da cui ripartire, per imparare e crescere con una nuova sensibilità.

Uno Spirito che rimarrà con noi per sempre, accoccolato nell’anima. Il cui compito è proprio questo: farci rileggere la nostra storia, ogni storia, alla luce della Pasqua. Con gli occhi dell’amore, cioè con gli occhi di Dio.

Per nostra natura, non è facile fidarci che qualcun altro agisca per noi. Siamo consumatori frettolosi della vita, e ci riesce difficile fermarsi e percepire che le cose più belle, che le forze più nascoste non derivino da noi.

Eppure lo Spirito Santo sta nel tempo e nelle nostre esistenze. Siamo custoditi dal dono del Cristo pasquale, e viviamo l’affidamento impegnativo della libertà nella verità. Con noi stessi, nelle relazioni, nelle vicende che ci accadono. Lo Spirito, soffio e forza, trama con noi un sapere della vita, per riportarci nella verità, per donarci uno sguardo limpido, per insegnarci parole coraggiose, schiette e necessarie sulla realtà.

Perché noi, e tutto il mondo con noi, ritrovi la bellezza salvatrice dell’amore. E l’amore in ogni amore.

 

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Lo stile del sole

Pubblicato da oliver0 su maggio 18, 2012

Oggi devo confidare la perdita di una persona molto cara. Col cuore gonfio mi accorgo che la vita è prodiga di tante separazioni, tanti strappi, tante assenze. In queste situazioni è normale, quasi comune, fare l’esperienza dell’invocazione. Il dolore porta ad alzare lo sguardo verso un amore più grande. Come a cercare saldezza per la sconcertante fragilità dei nostri poveri amori.

Custodire, nell’esperienza umana, è molto di più che avere cura di qualcuno. È portare in sé l’altro, anche nel tempo dell’assenza e dei distacchi, come perla preziosa. Accompagnare ed essere accompagnati, avere negli occhi la sua luce, la memoria delle parole dette, i silenzi, altra parola, i gesti. Tutto. L’assenza si confonde con la presenza e ne rompe il confine; necessaria, quasi – come una conferma che l’Altro c’è in noi…(F. Cecchetto)

Le parole di Gesù, nella liturgia odierna, arrivano a toccare corde profonde dell’anima di chi vive questi momenti. Gesù prega per i suoi discepoli, prega per noi e ci affida al Padre. Noi, il nostro avvenire, la fede, l’unità. Per amore va incontro alla croce, comunicando lo struggimento del distacco, ma non ci lascia soli. Non ci lascia mai davvero soli. La sua è una presenza nascosta che salta all’occhio solo se impariamo a scrutare il mondo coi sensi nuovi della misericordia e della vita buona. Come in questa bella e commovente immagine di don Marco Pozza, riferita al sole e all’uva, riflesso della relazione, mai scontata o banale, tra Dio e noi.

Il sole l’ha maturata: senza toccarla minimamente. Solo guardandola, cercandola, illuminandola. Chissà se l’uomo un giorno apprenderà pure lui lo “stile del sole”: se un giovane imparerà a far maturare la bellezza di una fanciulla senza graffiarne la verginità, se l’uomo imparerà a convivere con il fratello, se la donna si lascerà ancora stregare da uno sguardo, un suono, un profumo o cercherà la forza di un maschio pronto ad usarne la femminilità. Perché ci sono cose che per maturare chiedono di non essere toccate da mani d’uomo. Sono cose fragili, delicate, preziose: la bellezza, l’ingenuità, lo stupore, l’incoscienza, il sorriso, la semplicità, la freschezza del corpo, l’armonia del linguaggio, l’ondulazione del cuore, l’alfabeto dell’anima. Essenze primordiali difficili da far maturare perché chiedono d’essere accese senza essere violentate dalle mani. Grappoli d’uva che maturano con l’aiuto di un sole che non li tocca ma l’illumina e li riscalda rimanendo lontano. Eppure vicinissimo al punto da farli abbronzare come corpi sulla spiaggia del mare.

Lo stile del sole: che dell’uva è innamorato al punto da non sfiorarla nemmeno per paura di rattristarne la bellezza e di violarne la fioritura.

 

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Testimoni dell’amore

Pubblicato da oliver0 su maggio 12, 2012

C’è una parola nuova che pervade questa sesta domenica di Pasqua. Una parola forse oggi talmente proferita in modo vano, talmente abusata, da risultare impoverita e lontana dalla sua forza dirompente: Kerygma, cioè testimonianza.

Come in un nuovo dilatarsi del cuore, dopo la gioia grande della risurrezione, ecco l’annuncio del Paraclito che viene, il consolatore. “Verrà”, ci dice Gesù, verbo bellissimo che illumina il futuro, che raffigura un Dio amante della vicinanza e che ostinatamente riduce le distanze.

Lui ci conosce, sa che non siamo eroi e che abbiamo bisogno della sua consolazione. Ma c’è una premessa non detta che mi riempie di gioia: Dio guarda al mio cammino, e questa è una grazia inaudita che riporta il bene nella mia vita. Lui ci ha guardato, ha visto le ferite, gli smarrimenti, le angosce, e non può rimanere con le mani in mano. Lo Spirito è per risanare, per chiarire e consolidare, per rasserenare.

Lo Spirito è per il mondo, ma soprattutto per noi, suoi discepoli, che ci definiamo cristiani, che a volte fatichiamo a riempire le nostre chiese, che spesso lasciamo deserti i confessionali, che rendiamo indifendibile la nostra differenza dal mondo.

Lo Spirito ci vuole aiutare nel cammino verso Dio, un Dio amico, parola non banale della vita. Presenza viva che fa percorrere con perseveranza i sentieri che portano alla casa dell’amico, perché non si riempiano di rovi e di spine e non si cancellino.

Non tutte le vie dell’uomo portano a Dio; spesso andiamo per le nostre vie in cui siamo in balìa del caso, sia che ci portino alla felicità che all’infelicità. Le vie che percorriamo da noi ci riportano sempre, come in un circolo, a noi stessi. Le vie di Dio portano a Dio. Lo Spirito ci guida  sempre e soltanto a Dio, sia nella felicità che nell’infelicità. In questo riconosciamo che sono vie. E chi si aggrappa ad esse è già liberato.

Percorrere queste vie è dare testimonianza alla verità, è rendere viva ed efficace la presenza di Cristo. Un modo per assomigliare a Dio, nella passione del costruire il bene, nell’espansione della vita di comunione, nel traboccare verso gli altri della propria sintonia interna, dell’essere le sue mani e un frammento del suo cuore.

Dare testimonianza è prestare voce allo Spirito che grida e proclama l’amore di Dio per le sue creature. Segreto della vita è custodire questa presenza che si prende cura della mia vita e la consola con attenzione e dolcezza.

Dio ci vuole consolare, e chi viene consolato, vede e ha più del mondo, ha la vita con Dio.

Niente è distrutto, perduto, assurdo, se Dio consola.

 

 

 

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Padre nostro

Pubblicato da oliver0 su maggio 5, 2012

Alzati gli occhi al cielo, Gesù disse: Padre…“. Dove si posano con passione i tuoi occhi, lì sta anche il tuo cuore. Verità fondamentale per l’uomo che ritroviamo in questo atteggiamento di Gesù, nel brano di Giovanni.

Nel Vangelo di Giovanni, a differenza di quelli di Matteo e Luca, non c’è la preghiera del “Padre nostro”, ma tutto il capitolo diciassettesimo è un’unica grande preghiera di affidamento che ripercorre gli stessi passi. Nel susseguirsi di frasi, a prima vista ripetitive, si compone l’immagine del Dio di Gesù. Come onda dopo onda rigettata sulla riva che, sommata l’una all’altra, va a formare il mare.

Se vogliamo conoscere Dio dobbiamo guardare a Gesù. E il Vangelo di questa domenica ci aiuta a scoprirne il volto. Non attraverso un discorso su Dio, ma entrando nel dialogo tra Gesù e il Padre. Entrando nella preghiera di Gesù.

Gesù ci parla di Dio, ma soprattutto Gesù ci fa conoscere Dio parlando con Lui.

Si conosce il volto di Dio solo in quel dialogo che è la preghiera, perchè solo così lo si ri-conosce. Non come un oggetto di cui parlo, ma come un tu al quale parlo, al quale mi apro e mi affido.

Quell’ultima sera della sua vita, prima di andare a morire per noi, Gesù ha pregato a nome di ogni uomo e ogni donna. Ha pregato chiedendo che, custoditi nel suo amore, fossimo una cosa sola: con e per gli altri, come lui è uomo per gli altri, aperto, solidale, proteso nel dono di sè.

Gesù progetta l’esistenza in termini di donazione, non di possesso. Si direbbe che la sua ansia sia quella di condividere, di con-patire. Che è legge di tutta la sua esistenza, e compimento e vertice nella croce.

E’ venuto non per essere servito ma per servire e dare la sua vita per tutti.

Gesù è rivelazione del volto di Dio e dell’uomo. Un Dio col quale l’uomo entra in dialogo, un Dio alleato che è per noi, irrevocabilmente. Un Dio perennemente solidale con l’uomo.

Padre, è venuta l’ora…”. Sì, l’ora è giunta, il messaggio è annunziato e non tacerà più. Busserà alla porta di ogni cuore affinchè torniamo ad essere veramente uomini e veramente figli.

 

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Nella sua mano

Pubblicato da oliver0 su aprile 28, 2012

«No, nessuno mi rapirà dalla Sua mano». È una preghiera, un’invocazione che consiglio a chi viene a scaricare la sua angoscia e la sua fatica nelle mie povere mani di prete.

Ci sono situazioni, molte, troppe, in cui non si sa più che fare: un matrimonio sbagliato, un figlio con cui non si dialoga, un cancro incurabile, una morte improvvisa. Troppe volte ci scontriamo, nella nostra vita, con la miseria delle situazioni impossibili, insostenibili e, smarriti, rischiamo di scivolare nel profondo baratro dello scoraggiamento e della disperazione.

In quei momenti, come una notte del cuore, smarriamo la fiducia in Dio. Allora, proprio in quei momenti, abbiamo bisogni di sederci, con calma, e di riprendere in mano questa pagina piena di tenerezza.

Gesù è morto per affermare il volto di Dio e ci svela che il Padre è più grande. È più grande dei nostri sbagli, più grande dei nostri limiti, più grande di ogni malattia, più grande della nostra solitudine, più grande, più grande. Come un Pastore, buono, straordinariamente buono, ci dice, ci garantisce, ci assicura che siamo nella sua mano e non andremo mai perduti, mai rapiti, mai lontano.  (Paolo Curtaz)

Quando in tempi inquieti ci domandiamo che cosa veramente rimane alla fine di tutta questa eccitazione, di questo andirivieni di pensieri e considerazioni, di tutte le preoccupazioni e le paure, di tutti i desideri  e le speranze che abbiamo, e se vogliamo farci dare la risposta dalla Bibbia, allora ci verrà detto: di tutto questo rimarrà alla fine soltanto una cosa, cioè l’amore che abbiamo avuto nei nostri pensieri, nelle nostre preoccupazioni, nei nostri desideri, nelle nostre speranze.

Tutto il resto viene meno, passa, tutto ciò che non abbiamo pensato e desiderato per amore, ogni pensiero, ogni conoscenza, ogni discorso senza amore viene meno, soltanto l’amore rimane per sempre (1 Cor 13,8).

Perché tutto deve venire meno e rimanere soltanto l’amore?

Perché soltanto nell’amore l’uomo sacrifica se stesso, offre la sua volontà all’altro, perché soltanto l’amore non viene dal proprio sé, ma da un altro sé, dal sé di Dio.

Perché soltanto nell’amore Dio agisce in noi, mentre in tutto il resto siamo noi ad agire; sono i nostri pensieri, i nostri discorsi, le nostre conoscenze, ma l’amore è di Dio.

E ciò che è nostro viene meno, ma tutto ciò che viene da Dio rimane.         ( D. Bonhoeffer, Voglio vivere questi giorni con voi)

 

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Una casa a cui tornare

Pubblicato da oliver0 su aprile 21, 2012

Che bello! Se anche nessuno l’avesse detto basterebbe questo solo brano per capire che Giovanni era “l’apostolo amato”, il prediletto.

Siamo nel cuore caldo dell’ultima cena, nel “tu per tu” dell’intimità di Gesù con i suoi. Nuvole cupe si stanno addensando sullo sfondo degli avvenimenti, come un’onda che sta per smuovere la storia e forgiare le rive del futuro. Gesù vede lo smarrimento e l’apprensione dei suoi amici, per molti versi la stessa ansia che pervade anche noi, discepoli contemporanei, confusi da interminabili crisi economiche, da mancanza di unità, da sfiducia nei valori.

Di cosa abbiamo bisogno perché la vita riprenda gusto e colore? Nel racconto di Giovanni c’è l’essenzialità e la tenerezza di un Gesù preoccupato per noi: non sia turbato il vostro cuore, io vi porterò con me, perché siate dove sono io.

C’è un luogo, prima di tutto, una casa che custodisce il segreto del conforto del cuore. E c’è un Padre che ha nostalgia di noi, che non si sa immaginare senza di noi.

Ciò che è convincente, che ha trascinato e continua ad avvincere la mia fede è soprattutto il carattere umanissimo e concreto di queste parole: nella casa di mio Padre ci sono tanti posti, e io ne tengo uno per te! Il cuore di Dio è talmente grande da contenere anche lo sterminato universo delle nostre miserie.

Tenere un posto è un’espressione profumata che sa di relazioni calde e di cose grandi. Di affetti veri, della sicurezza di avere qualcuno che ti sta accanto. Come un anticipo di bellezza, una parola che ti precede e ti mette in moto il cuore. Unica condizione, ci dice Gesù, è avere fiducia in lui. A volte per avere fiducia è sufficiente un gesto, una parola, un tenere il posto.

Ogni amore è condivisione di un posto. Ogni affetto vero domanda  vicinanza, chiede d’essere con l’altro. E Gesù parla di dimora, di casa.
Sai, mi dice, io mi sento a casa quando sono accanto a te. Non è così bello questo Dio audace che osa l’amore?

E mi dice ancora: “Io sono la via… la verità… la vita”. E non è un ordine casuale.

Gesù è la strada verso la verità perchè solo una vita vera, piena, sensata e realizzata fa vivere.

Gesù non dice: “Io conosco la strada”. Ma dice: “Io sono la strada”. Gesù non dà regole, norme, indicazioni chiare e precise semplicemente da seguire. Gesù è un cammino che ci coinvolge.

Gesù non dice: “Io posseggo la verità”. Ma dice: “Io sono la verità”. Per molte persone la verità è avere tanti beni, oppure tante conoscenze da applicare. Ma la verità non la si può possedere, la si può solo vivere.

Gesù non dice: “Io ho la vita”. Ma dice: “Io sono la vita”. Gesù non è un’assicurazione per una vita felice, tranquilla, senza sbalzi o problemi. Gesù è la vita: “Vuoi vivere? Vivi con me!”.

Segreto di una vita felice è confidare in questo amico sincero, custode di parole preziose quali: fu­turo, amore, casa, pane, festa, riposo, desiderio, Pasqua.

 

 

 

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Dubbi

Pubblicato da oliver0 su aprile 14, 2012

Domenica di Tommaso. Domenica del dubbio e della fede. Domenica mia e nostra e di tutti coloro che hanno nel cuore la Pasqua.

Oggi va in scena il racconto di due incontri spettacolari, ma è molto di più. Tra le righe c’è scritta la storia dell’amore, a volte tragica e luminosa, a volte disperata ed esaltante, ma che non conosce la parola fine e apre ai confini di Dio.

Tutto è compiuto, siamo già nella Pasqua, ma, come ai giorni nostri, agli occhi e al cuore degli uomini mancano ancora dei passi, i più importanti. È come se un mantello di amarezza e delusione li ricopra e impedisca loro di vedere e sentire.

Alcune donne che avevano seguito Gesù cercano un po’ di sollievo recandosi alla sua tomba. Due discepoli ritornano a Emmaus sopraffatti dallo sconforto per una scandalosa ingiustizia. Altri discepoli sono chiusi, tarpati e impauriti dentro una stanza nel mercato di Gerusalemme. Tommaso non c’è. Come un animale ferito che cerca la propria tana, è rimasto da solo a macerare smarrimento e ribellione: se Gesù è il Messia, perché Dio non gli ha risparmiato sofferenza e morte, dov’era Dio in quei momenti?

L’altro giorno, un mio compagno di lavoro, il mio amico Davide, mi ha confidato che i medici gli hanno diagnosticato una forma di sclerosi multipla. Ho letto nelle sue parole le note di una paura non detta, ma anche cenni di sfida e di ribellione: perché così all’improvviso la mia vita si tinge di buio, perché proprio io? Perché Dio mi abbandona?

Credo che le mie banali parole di conforto e rassicurazione, nonostante l’amicizia e la partecipazione, non abbiano sortito grandi effetti, ma mi colpisce come le prove della vita facciano sorgere dubbi e scrollino con colpi poderosi l’albero delle certezze che noi diamo per scontate.

Mi confortano le parole del Papa di questa settimana: tutto è stato donato all’uomo dal Signore, anche il dubbio, anche la tristezza, anche la disperazione. Mi dice che Dio mi è vicino e mi parla con amore  attraverso tutto ciò che mi capita, anche attraverso la sofferenza, anche attraverso la malattia.

Gesù entra nel cenacolo a porte chiuse. Le porte chiuse non lo fermano, l’incredulità non arresta il desiderio di incontrare i suoi discepoli.

Viene, sta in mezzo a loro e dice: pace a voi.
Gesù viene e si mette in mezzo. Bellissimo. Ha sempre avuto questa abitudine di mettersi in mezzo. In mezzo alle paure, in mezzo alle notti. In mezzo ai cenacoli chiusi, in mezzo alle comunità divise. Pace a voi. Non un augurio ma un dono. Perché la fede, come la vita, languirebbe se respirasse solo angoscia. Pace a voi. Pace sui turbamenti e sulle insoddisfazioni. Pace sulla paura del futuro e della morte.

Pasqua è questa esuberanza dello Spirito che ci sorprende a compiere gesti di pietà di cui non ci pensavamo capaci. Pasqua è suggerimento divino che mi fa proferire parole meravigliose: mio Signore e mio Dio!

 

 

 

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Perché piangi?

Pubblicato da oliver0 su aprile 7, 2012

Buona Pasqua! Quante volte abbiamo ascoltato e ricambiato questo augurio! In questi giorni che precedono il “Giorno” dei cristiani per eccellenza, è la formula di saluto con cui ci si avvicina a conoscenti, amici, familiari…ma che idea abbiamo della Pasqua, che cos’è la Pasqua per noi?

L’impressione è che se sfrondiamo l’idea comune della Pasqua dai suoi tratti melensi e dalle consuetudini esteriori, ne rimanga unicamente uno scheletro spoglio che non ha nulla da dire alla vita dell’uomo. Eppure la Pasqua di risurrezione è tutt’altro che vuoto sentimentalismo o fiacca abitudine. E non è neppure solo una verità da sapere, perché, a volte, la distanza tra la mente e il cuore può risultare infinita. Perché la Pasqua è un evento da vivere. Una persona autentica, viva, che ti si pone accanto e ti riaccende l’esistenza. Non povere parole stanche, ma un sussulto dell’anima.

Proviamo a vedere con gli occhi di Maria di Magdala questa Pasqua. Maria si è alzata molto presto, quando ancora era buio. Non riusciva a dormire, Maria, e come poteva? Lui, il suo Signore era morto, tutto era finito. Ma non riesce a stargli lontano, nemmeno ora che il suo corpo è senza vita. Così vicina a noi, Maria, alle nostre esperienze di dolore e ai nostri atti d’amore alle tombe. Pasqua è già iniziata in quella corsa nella notte, in quell’attraversare il buio per amore.

Donna, perché piangi?”. È quanto si sente chiedere Maria di fronte al sepolcro, prima dagli angeli e poi dallo stesso Gesù. Uomo, perché piangi? Può sembrare retorico, ma se ci immaginiamo dentro il giardino dei tanti sepolcri della nostra vita, al cospetto delle ferite vivide che segnano il cammino quotidiano, allora quella domanda mi commuove. Dice di un Dio preoccupato per me. Teneramente in ansia per la mia felicità. Che si è dato da fare, e ha sgombrato il campo della mia vita dalle paure che mi bloccano nel buio e nell’incertezza. Un Dio della primavera che apre ad un mondo nuovo.

Ho visto il Signore”. Pasqua è racchiusa in questo sgorgare di parole felici. È la trepidazione di chi custodisce un segreto di indicibile bellezza. Una presenza colma di stupore che non può più trattenere nulla, ma solo condividere. Gioia dell’uomo e gloria di Dio.

Io vorrei donare una cosa al Signore, ma non so che cosa.
E non piangerò più, non piangerò più inutilmente;                                                                                                                                                                          dirò solo: “Avete visto il Signore?”.
Ma lo dirò in silenzio
e solo con un sorriso
poi non dirò più niente.
” (David Maria Turoldo)

Buona Pasqua da don Emiliano e dalla comunità di S. Giuseppe

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Profumo

Pubblicato da oliver0 su marzo 31, 2012

Forse anche questa Quaresima ci è scivolata tra le dita senza comunicarci l’ansia di rinnovamento che emana. Forse il nostro cuore si è lasciato imbrigliare ancora una volta dalle tante urgenze, dalle mille preoccupazioni di ogni giorno. Forse un’altra croce e un altro sepolcro spalancato cadranno nel terreno sterile della mia anima, senza fiorire in germogli di vita.

La liturgia di oggi, domenica delle palme, col suo sguardo sulla Settimana Santa, che è preludio del Mistero e breccia da cui intravedere i passi della misericordia, ci rivela che il tempo propizio non finisce. Che la commozione vera, quella che cambia il cuore è anzi implementata dal grande, umanissimo, abbraccio della croce.

Vogliamo allora fissare lo sguardo su Gesù attraverso gli occhi di Maria di Betania, sorella di Lazzaro, il risuscitato. Vogliamo, attraverso le sue tenere mani, toccare quel corpo del Dio amico, Dio dei miracoli e delle lacrime, Dio della festa e del sacrificio. Vogliamo riempire le narici del profumo dolcissimo di quell’unguento sparso su piedi e capelli che sa d’infinito e si insinua in tutti quei luoghi dello spirito che pensavamo perduti e avvizziti.

C’è un cuore in questo atteggiamento che è il segreto e l’intimità dei veri credenti. Come leggere con gli occhi di chi ama, e dunque cogliere ciò che non potrà mai cogliere chi non ha sussulti del cuore. Come profumare in anticipo la morte di Gesù, quasi a dirgli “Il profumo sei tu, il profumo sta in questo tuo essere malato per noi, in questo tuo dare la vita per amore”.

Questo è il profumo della Pasqua e di quella donna di Betania, capace di esprimere l’eccesso e l’abbondanza senza dire una parola. Dobbiamo dirlo continuamente e ricordarcelo, senza stancarci, gli uni agli altri, che l’unico modo per togliere l’odore della morte dalle vite, è quello di uscire dai calcoli dei nostri amori, dai passi misurati, dai sentimenti sorvegliati, e lasciarci invece condurre all’eccesso. Andare al di là del dovuto e imparare l’ebbrezza del profumo di Maria. Aprirsi a questa gioia del dare, del donarsi, del dare e del donarsi senza l’inganno del calcolo.

Oggi i nostri rami di ulivo diranno la gioia della presenza di un Dio giusto e vittorioso, umile e bisognoso, che si china sulle nostre sofferenze. Allo stesso tempo mostreranno la sofferenza di un Gesù irrimediabilmente solo, che cerca conforto nelle case di chi gli è amico.

Gioia e sofferenza in Gesù assumono il profumo della salvezza. E nulla è più consolante di questa certezza: chi soffre, e nonostante tutto è ancora capace di amare, è dalla parte di Cristo.

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Ci credi, tu?

Pubblicato da oliver0 su marzo 24, 2012

Ci stiamo avviando alla conclusione del cammino di Quaresima. Siamo nell’imminenza della Settimana Autentica di cui abbiamo vissuto un anticipo nelle “Via Crucis” tra i nostri quartieri.

Oggi, alla fine di questo breve percorso, troviamo un vangelo da brividi, il racconto di un’amicizia travolta dalla morte e dalla disperazione. Il dramma della morte di Lazzaro, dopo i segni e di-segni di fede, presentati nelle narrazioni intense della samaritana e del nato cieco, sembra quasi annullare tutto con violenza e brutalità. Siamo di fronte alla domanda più angosciante dell’esistenza, il nocciolo duro contro cui si scontra ogni ragione: perché la morte? Perché la drammaticità della morte per i figli che Dio proclama di amare? Com’è possibile credere nell’amore di un Padre che non salva il proprio figlio dalla morte?

Lazzaro si ammala e muore, e Gesù non c’è.
Come succede anche a noi, a volte, e davanti alla malattia e alla morte di una persona che amiamo, scopriamo che Gesù è distante.

Arrivo ora dalla cerimonia funebre di una giovane donna che lascia genitori e fratelli prostrati in un ammutolito dolore, e non è facile trovare ragioni dove la ragione si ferma. Non è facile trovare parole capaci di soffocare l’amarezza per l’assenza di una persona amata che d’ora in poi non sarà più accanto a noi…

Eppure queste parole esistono e Gesù le ribadisce ancora, a noi adesso e sempre: Io sono la risurrezione e la vita…chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?

Per me, balbuziente e tentennante discepolo, questa è la domanda fondamentale, perché dice delle fondamenta della mia fede. Dice della mia adesione a colui che ora, in questo momento, è risurrezione e vita. Il Dio in cui credo non è il Dio della morte ma della vita.

È di questo che ci parla Gesù, di vita, di vita piena, di vita che può rinnovarsi continuamente se rimaniamo ancorati a lui, fermento di speranza e risurrezione. Vivete, ci dice, togliete il sudario dal vostro volto, sciogliete le bende dalle mani e dai piedi, e andate.

Le mani sono il nostro fare, il produrre, la creatività unica e singolare di ognuno. I piedi l’andare dell’uomo, il camminare, il ricercare e lo scoprire. Se vuoi sciogliere la paura della morte, non spendere parole vuote, ma fai scorrere vita e speranza con una presenza gonfia di solidarietà e di pietà.

Credi tu questo?, ci chiede oggi Gesù. Credi che il solo antidoto alla morte è l’intensità della vita e soprattutto la forza della pietà?

 

 

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