La democrazia esiste dove non esiste un uomo così tanto ricco da comprarsi un altro uomo così tanto povero da mettersi in vendita!!!!!!!!
J.J. Rousseau
Pubblicato da sangiuseppeanova su febbraio 5, 2011
La democrazia esiste dove non esiste un uomo così tanto ricco da comprarsi un altro uomo così tanto povero da mettersi in vendita!!!!!!!!
J.J. Rousseau
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Pubblicato da sangiuseppeanova su gennaio 28, 2011
Esistono anche altre donne. Esiste San Suu Kyi, che dice: «Un’
esistenza significativa va al di là della mera gratificazione di
necessità materiali. Non tutto si può comprare col denaro, non tutti
sono disposti ad essere comprati. Quando penso a un paese più ricco non
penso alla ricchezza in denaro, penso alle minori sofferenze per le
persone, al rispetto delle leggi, alla sicurezza di ciascuno, all’
istruzione incoraggiata e capace di ampliare gli orizzonti. Questo è il
sollievo di un popolo».
Osservo le ragazze che entrano ed escono dalla Questura, in questi
giorni: portano borse firmate grandi come valige, scarpe di Manolo
Blanick, occhiali giganti che costano quanto un appartamento in
affitto. È per avere questo che passano le notti travestite da
infermiere a fingere di fare iniezioni e farsele fare da un vecchio
miliardario ossessionato dalla sua virilità. E’ perché pensano che
avere fortuna sia questo: una valigia di Luis Vuitton al braccio e un
autista come Lele Mora. Lo pensano perché questo hanno visto e sentito,
questo propone l’esempio al potere, la sua tv e le sue leader, le
politiche fatte eleggere per le loro doti di maitresse, le starlette
televisive che diventano titolari di ministeri.
Ancora una volta, il baratro non è politico: è culturale. E’ l’
assenza di istruzione, di cultura, di consapevolezza, di dignità. L’
assenza di un’alternativa altrettanto convincente. E’ questo il danno
prodotto dal quindicennio che abbiamo attraversato, è questo il delitto
politico compiuto: il vuoto, il volo in caduta libera verso il medioevo
catodico, infine l’Italia ridotta a un bordello.
Sono sicura, so con certezza che la maggior parte delle donne
italiane non è in fila per il bunga bunga. Sono certa che la
prostituzione consapevole come forma di emancipazione dal bisogno e
persino come strumento di accesso ai desideri effimeri sia la scelta,
se scelta a queste condizioni si può chiamare, di una minima minoranza.
È dunque alle altre, a tutte le altre donne che mi rivolgo. Sono due
anni che lo faccio, ma oggi è il momento di rispondere forte: dove
siete, ragazze? Madri, nonne, figlie, nipoti, dove siete. Di destra o
di sinistra che siate, povere o ricche, del Nord o del Sud, donne
figlie di un tempo che altre donne prima di voi hanno reso ricco di
possibilità uguale e libero, dove siete? Davvero pensate di poter
alzare le spalle, di poter dire non mi riguarda? Il grande
interrogativo che grava sull’Italia, oggi, non è cosa faccia Silvio B.
e perché.
La vera domanda è perché gli italiani e le italiane gli consentano di
rappresentarli. Il problema non è lui, siete voi. Quel che il mondo ci
domanda è: perché lo votate? Non può essere un’inchiesta della
magistratura a decretare la fine del berlusconismo, dobbiamo essere
noi. E non può essere la censura dei suoi vizi senili a condannarlo, né
l’accertamento dei reati che ha commesso: dei reati lasciate che si
occupi la magistratura, i vizi lasciate che restino miserie private.
Quel che non possiamo, che non potete consentire è che questo delirio
senile di impotenza declinato da un uomo che ha i soldi – e come li ha
fatti, a danno di chi, non ve lo domandate mai? – per pagare e per
comprare cose e persone, prestazioni e silenzi, isole e leggi, deputati
e puttane portate a domicilio come pizze continui ad essere il primo
fra gli italiani, il modello, l’esempio, la guida, il padrone.
Lo sconcerto, lo sgomento non sono le carte che mostrano – al di là
dei reati, oltre i vizi – un potere decadente fatto di una corte bolsa
e ottuagenaria di lacchè che lucrano alle spalle del despota malato. Lo
sgomento sono i padri, i fratelli che rispondono, alla domanda è sua
figlia, sua sorella la fidanzata del presidente: «Magari». Un popolo di
mantenuti, che manda le sue donne a fare sesso con un vecchio perché
portino i soldi a casa, magari li portassero. Siete questo, tutti? Non
penso, non credo che la maggioranza lo sia. Allora, però, è il momento
di dirlo.
Concita De Gregorio
18 gennaio 2011
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Pubblicato da sangiuseppeanova su gennaio 24, 2011
ci ritroviamo insieme, all’inizio del nuovo anno 2011, per la sessione invernale del nostro Consiglio Permanente, mentre nubi ancora una volta preoccupanti si addensano sul nostro Paese. Già la convocazione nella sede di una delle nostre Diocesi dice i propositi che ci muovono, l’attendere cioè all’attività della Conferenza, compresi gli appuntamenti che interessano comunitariamente le Chiese particolari che sono in Italia. Salutiamo, quindi, con grande cordialità l’Arcivescovo di Ancona-Osimo, Sua Eccellenza Monsignor Edoardo Menichelli, e lo ringraziamo per l’ospitalità che unitamente alla sua comunità diocesana ci offre, assicurandolo fin d’ora della nostra corale partecipazione al Congresso Eucaristico Nazionale che qui avrà luogo dal 3 all’11 settembre 2011. Sappiamo che da tempo, e d’intesa con il Comitato per i Congressi Eucaristici Nazionali, è in atto un’accurata preparazione all’evento che – non fatichiamo ad immaginarlo – si rivelerà non solo impegnativo, ma anche prezioso e corroborante per la vita di questa Diocesi, nonché di tutte le Diocesi marchigiane.
Al Santo Padre Benedetto XVI vogliamo subito esprimere il nostro filiale pensiero e la cordiale gratitudine per l’imminente beatificazione del Servo di Dio Giovanni Paolo II: l’annuncio di questo evento ha colmato di gioia non solo l’animo dei credenti, ma il mondo intero che con ammirazione e riconoscenza custodisce il ricordo di questo straordinario pastore del nostro tempo. Contemporaneamente, autorizzando la pubblicazione di altri nove decreti, il Papa ha aperto la strada della beatificazione per il professor Giuseppe Toniolo, fondatore delle Settimane Sociali, laico caro all’Azione Cattolica Italiana e all’Università Cattolica del Sacro Cuore, e per suor Antonia Maria Verna, fondatrice delle Suore della Carità dell’Immacolata Concezione di Ivrea. Ci rallegriamo per la compagnia di questi nuovi modelli che la Chiesa ci propone sulla strada della santità.
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Pubblicato da donemiliano su dicembre 12, 2010
“Le nostre parole sono spesso prive di significato. Ciò accade perché le abbiamo consumate, con un uso eccessivo e soprattutto inconsapevole. Le abbiamo rese bozzoli vuoti. Dobbiamo restituire loro senso e consistenza.”
Una di queste parole, che l’uomo ha fatto a pezzi e che tocca al cristiano ricostruire è la parola “domenica”.
Linguisticamente si è passati da “dies domini”, da cui deriva la parola domenica o giorno del Signore, al “fine settimana”, al “weekend”. Il giorno del riposo e della festa si è trasformato in “tempo libero”, spesso vissuto in modo frammentario, disperso, carico di evasione. Siamo passati da uno spazio sociale ad un tempo individuale, al cui centro non stanno i rapporti, ma la soddisfazione del singolo o al massimo del proprio gruppo di amici. Certo il carattere festivo della domenica è quello più immediatamente percepito e condiviso.
A me, che sto scrivendo sorge una domanda: oggi l’uomo, il cristiano vive o usa la domenica?
La festa dell’uomo secolarizzato si riduce al semplice sentirsi liberato dal peso e dai fastidi della fatica quotidiana: un giorno di vacanza, semplice antipasto delle tanto desiderate ferie estive. Ho letto non senza perplessità, in un libro che ho avuto tra le mani, queste parole: “la cultura contemporanea secolarizzata ha svuotato la domenica del suo significato religioso originario e tende a sostituirlo sia con la fuga nel privato sia con nuovi riti di massa: lo sport, la sagra, la discoteca, il turismo …”
Allora per vivere in modo umanamente pieno e per testimoniare la nostra fede di cristiani, dobbiamo chiuderci tutti in chiesa? Se non vado all’oratorio o in parrocchia non vivo da cittadino e da cristiano la domenica? E poi non posso pregare o andare a Messa in qualsiasi momento, in qualunque giorno, quando mi sento o ho tempo? Che differenza fa: alladomenica faccio lo sport o la gita in bici e ai giorni feriali vado a Messa.
Ammesso che qualcuno vada a Messa nei giorni feriali per sostituire quella della domenica, ma ne dubito … faccio risuonare anche attraverso il Giornale della Comunità un annuncio.
L’haano sentito direttamente in pochi, ma attraverso i testimoni, lungo i secoli, è giunto a molti: “Quel Gesù, che è nato a Betlemme ed è morto in croce, è risorto! Quando? Il primo giorno della settimana, il giorno di Pasqua … la domenica, pasqua settimanale … giorno del passaggio … per Cristo dalla morte alla vita,per il creato dal caos all’ordine, per la storia dal trascinarsi senza senso degli anni e dei secoli all’essere tempo di Dio, scandito dall’opera dell’uomo.”
Per l’uomo è un invito a trasformare la sua “carne” in un luogo in cui dimora lo spirituale, in cui cresce quella sapienza interiore, che toglie lo sporco dalle lenti della vita e fa vedere con occhi nuovi la realtà.
E per noi comunità cristiane, per le parrocchie … per me … per te, che siamo battezzati e professiamo la fede? E’ veramente il tempo che Dio dona all’uomo per poterlo incontrare, perché questi incontri gli altri, la natura, la società? E’ nei fatti il giorno del Signore, dell’Eucarestia, della comunità in festa, della carità, della visita agli ammalati, della preghiera e del recarsi al camposanto, dove riposano le spoglie dei nostri defunti?
Non è forse giunto il momento in cui scegliere di annoverare tra i segni dell’identità cristiana anche il vivere in modo eangelico la domenica, con al centro la S. Messa, come ci è stato tramandato dalle innumerevoli generazione di cristiani, che ci hanno preceduto?
In un tempo di religione debole e di fede privata, dove spesso anche i gesti cristiani sono ridotti a un bisogno e vissuti fin quando se ne sente il bisogno, è determinante riscoprire ciò che i martiri di Abitene rispondevano al rappresentante del’imperatore, che imponeva loro di sacrificare agli idoli, tralasciando la celebrazione dell’Eucarestia e dalla domenica: “Sine dominico esse non possumus”. Senza la domenica non esistiamo, perdiamo il nostro essere e la nostra identità.
Senza l’Eucarestia nel giorno del Signore non sia ha la comunità cristiana, che rende presente il Signore risorto e vivente, il quale ci invia come discepoli ad annunciare, comunicare e testimoniare il Vangelo.
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Pubblicato su “La Fontana” numero di Novembre 2010
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Pubblicato da sangiuseppeanova su novembre 15, 2010
«Un discorso imprudente trascina nell’errore, così un silenzio inopportuno lascia in una condizione falsa coloro che potevano evitarla. Spesso i pastori malaccorti, per paura di perdere il favore degli uomini, non osano dire apertamente ciò che è giusto» (Gregorio Magno, Regola pastorale, Lib 2,4; PL 77,30).
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Pubblicato da sangiuseppeanova su ottobre 30, 2010
di STEFANIA PARMEGGIANI

Dai campi alla tavola quanto cibo finisce nel pattume? Con quello che gli italiani scartano ogni anno si potrebbero sfamare 44,5 milioni di persone, più o meno l’intera popolazione della Spagna. In fumo circa il 3% del Pil italiano. Il dato è contenuto nel “Libro nero dello spreco alimentare in Italia”, presentato questa mattina a Bologna in occasione della conclusione delle giornate europee contro gli sprechi, promosse per iniziativa di Last Minute Market, spinn off della facoltà di Agraria dell’Università di Bologna per il recupero di cibo invenduto. Alla presentazione è seguita la premiazione delle iniziative antispreco, delle aziende e delle persone più attente al recupero. Riconoscimenti a don Luigi Ciotti, alla campagna “Porta la sporta” e all’azienda di Lecce “Made in carcere”. Infine un pranzo per cinquecento persone, servito in piazza Maggiore e cucinato con quello che, in caso contrario, sarebbe stato buttato.
FOTO Dal dossier alla tavola contro gli sprechi
Il libro nero. Il dossier sugli sprechi, a cura di Luca Falasconi e Andrea Segrè per Last Minute Market, è il frutto di uno screening lungo tutta la catena agroalimentare: il 3% del prodotto interno lordo finisce nella spazzatura. E pensare che la speranza di innovazione del Paese vale complessivamente l’1% del Pil. In agricoltura il valore complessivo dello spreco alimentare annuale ammonta a 3.761.821.536 euro e più del 3,3% della produzione agricola italiana resta in giacenza sul campo. Il valore dello spreco alimentare che deriva dalla produzione industriale ammonta a ben 1.841.827.000 euro. La sola carne sprecata in Italia ogni anno ammonta ad un totale del 9% dello spreco totale (244.252 tonnellate): gestirla come rifiuto vuol dire sprecare circa 105 milioni di metri cubi di acqua, liberare circa 9,5 milione di tonnellate di anidride carbonica e depauperare le risorse di ben 7.920 ettari di terreno. Sul piano degli sprechi della distribuzione alimentare, si buttano 928.157.600 euro, una cifra che potrebbe sfamare 636.060 persone e far ricavare 580.402.025 pasti in un anno. In Italia, complessivamente, prima che il cibo arrivi nei nostri piatti, se ne perde una quantità che potrebbe soddisfare i fabbisogni alimentari di circa 44,5 milioni di abitanti, più o meno la popolazione della Spagna.
Anno europeo contro lo spreco. I lavori di Bologna hanno raccolto la sfida lanciata giovedì al Parlamento Europeo, a Bruxelles: “Se il 2010 è stato l’anno europeo della povertà, il 2011 deve essere l’anno europeo contro lo spreco alimentare”. Lo ha affermato anche a Bologna il presidente della commissione agricoltura del Parlamento europeo, Paolo De Castro, impegnato per l’istituzione dell’anno europeo contro gli sprechi alimentari. Una specifica risoluzione sarà sottoposta nelle prossime settimane all’Assemblea plenaria del Parlamento Ue.
Premiato don Ciotti e “Porta la sporta”. In mattinata sono stati consegnati i riconoscimenti della prima edizione del Premio “Non sprecare” curato da Antonio Galdo e ideato come sezione buone pratiche. Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele, è il vincitore nella categoria “Il personaggio”. Premiati per la categoria “Associazioni” la campagna nazionale “Porta la Sporta”, promossa dall’associazione dei Comuni virtuosi italiani, e per la categoria “Aziende” la cooperativa sociale “Made in carcere” di Lecce, presieduta da Luciana Delle Donne.
Il pranzo contro lo spreco. Successo poi anche per il Pranzo contro lo spreco per 500, evento conclusivo delle Giornate, svoltosi nel Cortile d’onore di Palazzo D’Accursio. Cibi perfetti dal punto di vista, ma in origine destinati alla discarica.
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Pubblicato da sangiuseppeanova su ottobre 24, 2010

TORINO - Una moratoria che blocchi subito l’assalto alle terre fertili condotto delle multinazionali e dai paesi in espansione. Un alt immediato per difendere i diritti dei contadini, dei pastori, degli artigiani del cibo che rischiano di venire espropriati delle ricchezze genetiche che le comunità locali hanno preservato per millenni. E’ la richiesta che parte dalle comunità di contadini riunite a Torino per Terra Madre, il meeting organizzato ogni due anni da Slow Food.
L’Onu delle comunità di base dei produttori di cibo, come è stata definita Terra Madre, chiude oggi i battenti. Ma solo temporaneamente: il 10 dicembre si celebrerà il Terra Madre Day che l’anno scorso ha visto 4 mila appuntamenti disseminati nei cinque continenti. Quest’anno le mobilitazioni saranno centrate sui temi messi a fuoco attraverso otto gruppi di lavoro ai quali hanno partecipato, oltre a Carlo Petrini, presidente di Slow Food e promotore dell’iniziativa, nomi come Wolfgang Sachs, Serge Latouche, Jeremy Rifkin, Gunter Pauli, Fritjof Capra, Marcello Buiatti. Ecco una sintesi dei punti su cui è stato trovato un accordo.
Sovranità alimentare. Il concetto di sovranità alimentare è diverso dall’autosufficienza alimentare, in quanto non richiede l’adozione di misure di freno degli scambi commerciali, ma stabilisce che le condizioni che regolano questi scambi non devono essere dettate esclusivamente dalla ricchezza e dalla potenza militare perché il mantenimento delle tradizioni agricole e sociali da cui dipende la sopravvivenza di centinaia di milioni di persone è una priorità.
Sussidi. Per incoraggiare un sistema alimentare e agricolo che faccia propri i principi della sicurezza alimentare e della sovranità alimentare si chiede ai governi di ridefinire l’impostazione e la quantificazione dei sussidi, spostando l’attenzione dalla dimensione più consumistica e industriale dell’agricoltura verso metodi di coltivazione e raccolta incentrati sulla comunità e le famiglie, per una produzione agricola su piccola scala, locale, sostenibile e biologica.
Cibo e piacere. Lo slogan di terra madre è: mangiare cibo vero, evitare gli eccessi, preferire i vegetali. Per metterlo in pratica bisogna prestare grande attenzione a qualità, valori sociali, salute e ambiente. Il gusto del mangiare ha una valenza socio politica.
Risorse genetiche e tutela della biodiversità. Le risorse genetiche vegetali rappresentano un patrimonio comune, perciò non devono diventare oggetto di brevetti commerciali e devono essere condivise da tutti gli agricoltori del mondo.
Energia. Lo sviluppo del mondo occidentale è strettamente connesso al petrolio, ma emerge ormai con chiarezza la necessità di indirizzare la ricerca verso fonti energetiche alternative. Come evidenziato da Angelo Consoli, direttore europeo della Fondazione Rifkin, “è incredibile che nel 2010 si continui a produrre energia attraverso processi di combustione quando l’intelletto umano e la tecnologia hanno ormai reso disponibili modelli più naturali e meno distruttivi”.
Attraverso i programmi di finanziamento per l’energia rinnovabile e l’efficienza energetica i governi possono mettere a disposizione incentivi che prendono la forma di sovvenzioni, obbligazioni, microprestiti e incentivi fiscali da offrire a quelle aziende che già oggi rispettano gli standard del commercio equo e solidale.
(24 ottobre 2010 – Repubblica online)
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Pubblicato da sangiuseppeanova su ottobre 9, 2010
Delegato dall’Arcivescovo di Milano Cardinale Dionigi Tettamanzi – come Vicario Episcopale di Milano -
ho promosso, insieme con la Caritas Ambrosiana, un confronto tra gli enti gestori dei campi rom
autorizzati della città (Cooperativa Farsi Prossimo, Casa della Carità, Centro ambrosiano di solidarietà).
Questa ampia e articolata riflessione, condivisa anche dai decani della città di Milano in rappresentanza dei
parroci, diviene espressione della linea pastorale – su questo argomento – della Chiesa Ambrosiana.
Mons. Erminio De Scalzi
Vescovo ausiliare
Milano, 7 ottobre 2010
Rom, comunità cristiana e pubbliche amministrazioni
I rom interrogano tutta la città
Non nascondiamo le criticità relative alla presenza delle popolazioni rom a Milano e provincia. Abbiamo a
che fare con una cultura diversa e la loro presenza è un dato con cui fare i conti. I campi di grandi
dimensioni, anche se regolari, non facilitano percorsi di integrazione e rischiano di essere luoghi in cui
cresce l’illegalità. A maggior ragione ciò vale per gli insediamenti abusivi.
Ma la politica degli sgomberi perseguita in questi anni non ha prodotto risultati significativi.
Anzi, ha alimentato insicurezza e paura tra tutti i cittadini, sprecando risorse economiche che potevano
essere utilizzate in modo più proficuo. La competenza su questa vicenda – come ad ogni altra inerente al
governo della Città – appartiene alle Istituzioni.
A loro vogliamo e dobbiamo guardare come primi interlocutori.
Perché ci occupiamo di rom
La Chiesa vuole essere presente dove è presente l’uomo, specie se segnato da povertà ed esclusione. La
Chiesa da anni esercita una specifica cura pastorale verso i nomadi. Questa cura è motivata dal
riconoscerci legati ad ogni creatura umana con un vincolo di fraternità a partire dalla fede nel Dio di Gesù
Cristo, Padre di tutti, senza discriminazioni.
Questa concezione di uomo ci porta a riconoscere dignità, diritti e doveri ad ogni donna e uomo.
L’obiettivo che ci proponiamo in questa opera
Vogliamo favorire una pacifica convivenza tra i rom e gli altri cittadini.
Vogliamo giungere all’integrazione, consapevoli che si tratta di processi lunghi e complessi.
Vogliamo superare l’abitare nei campi, sia per le condizioni spesso degradate e disumanizzanti, sia perché
ciò non permette l’integrazione.
Condividiamo con i rom un percorso nell’educazione vicendevole a vivere nella legalità ed edificando
insieme una cultura del lavoro e dell’uguaglianza tra uomini e donne. Lavoriamo con i rom anche per
diffondere cultura a proposito dei nomadi anzitutto all’interno delle comunità cristiane: vogliamo superare
stereotipi e slogan che – semplificando colpevolmente la realtà – diffondono pregiudizi.
Lo stile della nostra azione
Lavoriamo ricercando anzitutto la collaborazione con le Istituzioni. A loro riconosciamo il ruolo non
derogabile di regia, di indirizzo e di allocazione di risorse economiche.
Senza questa collaborazione istituzionale il nostro lavoro risulta inutile prima che impossibile.
Lavoriamo promuovendo e avvalendoci di imprese sociali che garantiscono interventi professionali,
continuativi e competenti, capaci di valorizzare anche il volontariato.
Lavoriamo e rivolgiamo alle Istituzioni l’appello affinché riconoscano che è necessario investire in
percorsi di integrazione per ottenere condizioni di vita più umane per i gruppi rom e ottenere maggiori
condizioni di sicurezza per la cittadinanza tutta.
Lavoriamo per un’azione educativa che sostenga la frequenza scolastica dei minori e l’emancipazione delle
donne rom.
Non chiediamo privilegi per i nomadi nell’accedere alla casa, superando altri cittadini in graduatoria per le
case popolari: davanti all’esigenza condivisa a livello di Istituzioni locali e nazionali di chiudere i campi
regolari (104 famiglie nel campo di via Triboniano, 35 in via Novara) servono misure adeguate ed
“eccezionali” quali il ricorso a quella “riserva” di unità abitative – regolata da apposite normative – non
destinata alle graduatorie ma a casi come questi.
Le responsabilità delle istituzioni
Offriamo e chiediamo alle Istituzioni un rapporto leale e schietto. La Chiesa non avoca a sé l’intervento
sociale di competenza del “pubblico”. Se svolge funzioni di supplenza lo fa con l’intenzione di consegnare
quanto prima alle Istituzioni competenti la responsabilità di intervenire efficacemente. E’ inaccettabile che
si tenti di “scaricare” all’azione caritativa della Chiesa l’onere di trovare soluzioni a questioni di
competenza di chi ha la responsabilità di amministrare la città, il territorio e il Paese.
I risultati che abbiamo raggiunto
Il miglior risultato è l’inserimento scolastico di tanti dei minori rom: l’integrazione passa da questa strada.
In questo ultimo anno la sensibilità delle parrocchie è cresciuta e diverse si sono impegnate per accogliere
alcune famiglie mettendo a disposizione locali propri o impegnandosi per il sostegno all’affitto. Gruppi di
cittadini hanno espresso vicinanza, attenzione e cura a famiglie più volte sgomberate, dimostrando la
possibilità della convivenza.
Riconosciamo la lenta ma progressiva assunzione di responsabilità delle Istituzioni che nell’ultimo
decennio hanno aperto spazi di confronto, si sono impegnate per gestire i campi e ricercare soluzioni
alternative ai campi stessi.
Siamo preoccupati per la sicurezza
Viviamo un momento di grande incertezza circa la prosecuzione della collaborazione con le Istituzioni
pubbliche sulla “questione rom”.
Le convenzioni stipulate tra realtà legate alla Chiesa ambrosiana e il Comune di Milano per superare alcuni
campi rom autorizzati sono state messe in discussione da affermazioni verbali di esponenti del mondo
politico e amministrativo, milanese e nazionale, a cui però non ha fatto seguito – ad ora – alcun atto
formale di rescissione delle convenzioni stesse.
Con lo slogan più volte urlato “nessuna casa Aler ai rom” si è rivestito di ideologia e discriminazione la
ricerca di soluzioni per una questione che meriterebbe ben altra intelligenza.
Siamo preoccupati per il futuro e la sicurezza di questi rom e di tutti i cittadini: gli smantellamenti dei
campi di via Triboniano, via Novara e via Idro annunciati per le prossime settimane costringeranno alla
strada decine di famiglie rom se non interverranno quelle soluzioni abitative alternative proposte,
concordate e sottoscritte da Comune e Prefettura.
Lo sgombero dei campi senza alternative costruttive espone al grave rischio di interrompere i percorsi
virtuosi fin qui attivati, creando un problema di sicurezza per tutti i cittadini.
Auspichiamo un sussulto di responsabilità per le Istituzioni civili interessate affinché i processi avviati
possano continuare: per il bene delle famiglie rom e dei cittadini tutti.
Promuovere la legalità – specie per le Istituzioni – significa anche rispettare gli impegni sottoscritti. Venir
meno a questi patti – mentre avvia conseguenze legali ed economiche – compromette la credibilità e il
senso delle stesse Istituzioni.
Mons. Erminio De Scalzi
Caritas Ambrosiana
Cooperativa Farsi Prossimo
Casa della Carità
Centro ambrosiano di solidarietà
I decani della città di Milano
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Pubblicato da sangiuseppeanova su agosto 29, 2010
La prima lettura di oggi ci ha presentato un grande esempio di testimonianza. Una persona che si è preoccupata di dare un esempio di integrità a costo della propria vita.
Lettura del secondo libro dei Maccabei 6, 1-2. 18-28
In quei giorni. Il re inviò un vecchio ateniese per costringere i Giudei ad allontanarsi dalle leggi dei padri e a non governarsi più secondo le leggi di Dio, e inoltre per profanare il tempio di Gerusalemme e dedicare questo a Giove Olimpio e quello sul Garizìm a Giove Ospitale, come si confaceva agli abitanti del luogo. Un tale Eleàzaro, uno degli scribi più stimati, uomo già avanti negli anni e molto dignitoso nell’aspetto della persona, veniva costretto ad aprire la bocca e a ingoiare carne suina. Ma egli, preferendo una morte gloriosa a una vita ignominiosa, s’incamminò volontariamente al supplizio, sputando il boccone e comportandosi come conviene a coloro che sono pronti ad allontanarsi da quanto non è lecito gustare per attaccamento alla vita. Quelli che erano incaricati dell’illecito banchetto sacrificale, in nome della familiarità di antica data che avevano con quest’uomo, lo tirarono in disparte e lo pregarono di prendere la carne di cui era lecito cibarsi, preparata da lui stesso, e fingere di mangiare le carni sacrificate imposte dal re, perché, agendo a questo modo, sarebbe sfuggito alla morte e avrebbe trovato umanità in nome dell’antica amicizia che aveva con loro. Ma egli, facendo un nobile ragionamento, degno della sua età e del prestigio della vecchiaia, della raggiunta veneranda canizie e della condotta irreprensibile tenuta fin da fanciullo, ma specialmente delle sante leggi stabilite da Dio, rispose subito dicendo che lo mandassero pure alla morte. «Poiché – egli diceva – non è affatto degno della nostra età fingere, con il pericolo che molti giovani, pensando che a novant’anni Eleàzaro sia passato alle usanze straniere, a loro volta, per colpa della mia finzione, per appena un po’ più di vita si perdano per causa mia e io procuri così disonore e macchia alla mia vecchiaia. Infatti, anche se ora mi sottraessi al castigo degli uomini, non potrei sfuggire, né da vivo né da morto, alle mani dell’Onnipotente. Perciò, abbandonando ora da forte questa vita, mi mostrerò degno della mia età e lascerò ai giovani un nobile esempio, perché sappiano affrontare la morte prontamente e nobilmente per le sante e venerande leggi». Dette queste parole, si avviò prontamente al supplizio.
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Pubblicato da sangiuseppeanova su agosto 27, 2010
Da qualche anno il termine comunista ha assunto, nel linguaggio comune, una connotazione dispregiativa. Dichiararsi comunista, in alcuni ambienti, è un buon viatico per essere osservati, soppesati, assimilati ad un portatore di gravi patologie e, infine, messi in un angolino a riflettere su questa grave colpa. Un’altra parola che sta assumendo una connotazione paraoffensiva è “ moralista”: lo ha ben chiarito Giorgio Vittadini, leader di Comunione e Liberazione, definendo, con questo termine, la critica che il settimanale Famiglia Cristiana ha osato rivolgere a Berlusconi, reo di essere un portatore malsano di democrazia.
Vittadini ha liquidato il settimanale e, di conseguenza, le diverse centinaia di migliaia di lettori abituali attribuendo loro una visione moralista e vecchia della vita e della politica. Giusto per non lasciare dubbi ha anche aggiunto che una visione moderna, al contrario, parte dai desideri dell’uomo e si deve coniugare e, politicamente, appoggiare ad una politica che di questi desideri si faccia espressione.
Non specifica, Vittadini, quali siano i desideri, origine del cambiamento, che la politica dovrebbe invogliare ma, spiega, di sicuro rinchiudere i desideri entro uno schema moralistico (come pare faccia Famiglia Cristiana ) significa negare il cambiamento stesso.
E se anche la richiesta di moralità, negli affari, nella politica, nella vita quotidiana rappresentasse un desiderio? Questo aspetto, Vittadini, lo trascura anche se non può negare che svariati milioni di cittadini desiderino questo. Ma, indirettamente, ci dice che chi ha questo tipo di desiderio è un moralista e rappresenta il “ vecchio”.
Visione moderna e visione conservatrice, peggio ancora “ vecchia”, si fronteggiano: la prima è chiaramente positiva mentre la seconda sa di muffa, quasi di rancido.
Bisognerebbe capire che quoziente di modernità la visione di Comunione e Liberazione reca con sé: la cosa non è semplice. A giudicare dalla occupazione di posti e ruoli pubblici che nella regione di Vittadini sono preda della organizzazione che lui dirige, tutta questa modernità non si nota. Più che moderno sapora di modernariato.
Se poi prendiamo i temi etici e i diritti civili i seguaci di Don Giussani sono saldamente ancorati su un fondamentalismo arcaico che fanno dell’Italia uno dei paesi più arretrati: antiquari dell’etica e del riconoscimento di altrui libertà, incapaci solo di farfugliare la parola cambiamento.
In buona sostanza pare che il cambiamento, nella migliore tradizione italiana, che interessa sia quello che possa dare ancora più potere a Comunione e Liberazione. Il cosidetto cambiamento della istruzione nella misura n cui regala soldi alle scuole cattoliche o il cambiamento della sussidiarietà, che camuffa il concetto di clientele. Clientele nel welfare, clientele nella progettazione sociale, clientele nell’assistenza.
Ergo chi denuncia questa situazione, rebus sic stantibus, diventa un vecchio moralista: e va denigrato.
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Tratto dal blog di Achille Saletti (Che è l’autore di questo post) il 27 agosto 2010
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